lunedì 29 agosto 2016

Missione Tōkyō Game Show: a zonzo tra gundam, chocobo e kawaissimi slime... Ma occhio ai cosplayer!

Nihonjini, quanti di voi, inguaribili ed inarrestabili otaku come la sottoscritta, non hanno mai sognato di poter prendere parte ad uno degli eventi dedicati all'universo videoludico più importanti al mondo? Per chi non fosse pratico in materia di videogiochi, sto parlando del Tōkyō Game Show (TSG, per gli amici), un'enorme fiera ideata per tutti i nerdacchioni bramosi di news sui titoli in fase di sviluppo, di provare la demo delle opere in dirittura d'uscita, di godersi esposizioni gadgettistiche, illustrative e molto altro. Questa importante manifestazione si tiene ogni settembre al Makuhari Messe, il maggior centro convention del Giappone, situato in una zona dell'area di Chiba, tale Mihama. Perché è importante fare quest'ultima precisazione? Bè, perché se pensate che il secondo nome con cui ho ribatezzato Mihama è “Terra di Mordor” capirete, allora, che raggiungerla non sia esattamente un'impresa semplice. Soprattutto se non siete pratici di Chiba, avete dimenticato di memorizzare preventivamente gli ideogrammi di “Mihama” da cercare sulla mappa che non avete comunque pensato di procurarvi, non avete un iPhone e vi portate dietro un amico che, per comodità e per tutelarne la privacy, chiameremo Ambrogio, e che non è migliore di voi ad orientarsi nei meandri della giungla ferroviaria edochiana.
Tutto è cominciato tre giorni dopo il mio arrivo a Tōkyō, quando Ambrogio mi contattò per chiedermi se avessi intenzione di andare al TGS e se volessi andarci con lui. Entusiasta all'idea di condividere con qualcuno un'avventura nerdacchiosa in terra nipponica, accettai immediatamente. Stabilito che il luogo dell'appuntamento fosse la stazione di Ichikawa, dove ho vissuto per alcuni mesi, non restava che attendere l'arrivo del fatidico giorno. Quella mattina, l'andazzo della giornata mi fu subito chiaro anche senza guardare l'oroscopo, quando, dopo esserci incontrati con quasi un'ora di ritardo, saltò fuori che lui aspettava me sui binari, mentre io aspettavo lui all'obliteratrice. “Che sarà mai un piccolo intoppo?” mi dissi, ma ancora non mi ero resa conto di quanto fossi stata ingenua a credere che sarebbe filato tutto liscio come l'olio. Solo nel momento in cui Ambrogio mi chiese “allora, dove dobbiamo andare?” e la risposta fu “non saprei, credevo lo sapessi tu” ogni mio dubbio fu subito dissipato.
Senza perderci d'animo, io e Ambrogio ci dirigemmo ad un info point, dove l'addetto disegnò per noi un conciso percorso da intraprendere, con due cambi. Forti delle indicazioni ricevute, ci avventurammo alla volta della stazione di Nishi-Funabashi (la prima delle due stazioni di cambio), ma fu proprio da quel momento in poi che ebbe inizio la nostra odissea: dopo aver preso per tre volte il treno sbagliato, aver battuto Chiba da cima a fondo, essere stati trascinati assieme alla massa fuori da uno dei treni presi a caso perché tanto prima o poi quello giusto lo avremo beccato, ed esserci domandati per quale oscuro motivo, con tanti giapponesi che ci sfilavano accanto, un anziano vecchietto avesse optato per chiedere proprio a noi due indicazioni su come arrivare a non mi ricordo neppure dove, verso le tre del pomeriggio riuscimmo finalmente a giungere a destinazione. E che importa se eravamo partiti alle dieci del mattino. Ciò che conta, in questi casi, è arrivare, giusto?
Bene. Adesso che sapete che anche tentare raggiungere un posto a quaranta minuti scarsi da casa può trasformarsi in un'avventura mozzafiato, possiamo tornare a parlare della nostra convention.
Non appena entrata al Makuhari Messe (con la classica procedura paghi-entri, non a sorteggio, come qualcuno mi ha chiesto), la prima cosa che mi sono trovata di fronte è stata l'insegna dello stand della Square Enix, e qualunque appassionato di Dragon Quest, Kingdom Hearts o Final Fantasy capirà il perché mi sia messa a strillare come una fangirl impazzita nel momento in cui è rientrata nel mio campo visivo. Quando poi mi sono resa conto di essere circondata dagli stand di Capcom, Bandai Namco e Konami, in particolare, ho capito fosse quello il posto in cui sarei anche potuta morire felice.
Grazie alla pratica mappa situata all'ingresso, la logica della fiera è stata molto semplice da intuire persino per il mio cervello bacato: era, infatti, suddivisa in specifiche aree, tra cui quella per le esposizioni generali, quella dedicata ai giochi indie, ai giochi sportivi, ai giochi di simulazione romantici, ai giochi per smartphone e social network, e chi più ne ha più ne metta. Un'area a parte era, invece, dedicata al merchandise.
Un particolare che ho amato alla follia è stato il fatto che molti degli stand fosse promossi da cosplayer sponsorizzati, come queste tre signorine vestite a tema Final Fantasy XIV: A Realm Reborn.


Ogni casa produttrice promuoveva, poi, i propri giochi con attività che coinvolgevano l'utente in prima persona, e non soltanto permettendogli di provare l'anteprima dei giochi. Ad esempio, la Capcom, per promuovere Resident Evil: Revelation 2 aveva organizzato un fighissimo shooting range, ossia una specie di poligono di tiro dov'era possibile equipaggiarsi di pistola ed occhialini e provare l'ebrezza di far saltare la testa a qualche zombi.



Anche l'idea della Xperia è stata geniale a dir poco: in collaborazione con Final Fantasy VII, dava a chi volesse la possibilità di fare un selfie assieme al famigerato protagonista Cloud Strife, grazie ad un dispositivo simile ad un gigantesco smartphone, in grado di riprodurre l'immagine della persona di fianco a quella dell'eroe!



Insomma, tra riproduzioni in scala reale di robottoni, draghi e bonazzi da host club mi sentivo come una bimba felice nel paese delle meraviglie. Ma, come in ogni sogno che si rispetti, c'è sempre una macchia nera a turbare il labile equilibrio che intercorre tra felicità e tragedia. Se c'è una cosa che amo delle fiere è fare miliardi di foto ai cosplayer delle mie opere preferite, ma... peccato che al TGS non sia sempre possibile chiedere fotografie a chiunque in qualsiasi momento! A provarci, è altamente probabile ci si becchi uno sguardo fulminante o, nel migliore dei casi, una risata o un voltafaccia! Lì per lì, ammetto la cosa mi avesse infastidita non poco. Gli avvertimenti riguardanti il razzismo nipponico dei saccenti 39 e lode dei tempi dell'università non la piantavano di rimbombarmi nella testa, e sono davvero stata così stupida da pensare per un periodo che si trattasse di effettiva scortesia nei confronti di una troppo fastidiosa straniera. In realtà, ho ben presto avuto modo di realizzare la reale motivazione quando ho sfogliato le foto della fiera, in seguito: in una di queste avevo inconsapevolmente immortalato un cartello con su la scritta 立ち止らずお進みください, ossia “si prega di evitare di fermarsi e proseguire”, ed ho capito di essere stata io quella in torto, visto che al TGS ci sono orari e luoghi prestabiliti per poter scattare foto ai cosplayer. Bè, non solo al TGS, a dire il vero, ma del mondo del cosplay nipponico ve ne parlerò la prossima volta.
Per ora riassumo dicendo che l'esperienza al TGS è OBBLIGATORIO farla almeno una volta! Soprattutto se siete in Giappone quest'anno, in cui l'evento compie ben vent'anni! Anzi, se ci andrete o ci siete già stati, fatemelo sapere, per spammarne tutti insieme appassionatamente!
Cari Nihonjini, vi lascio con le foto delle statue del Tyrant di Resident Evil HD Remastered e del Cleric Beast di Bloodborne.
Mata ne!



giovedì 25 agosto 2016

Fughe nipponiche, parte 1: quando piantarti in asso (qualche volta) è questione di gentilezza.

Nihonjini, vi è mai capitato di essere ignorati da un giapponese o di avere la sensazione cambiasse direzione proprio quando avevate in mente di chiedergli indicazioni stradali? A me è capitato spessissimo e mi sono sentita ogni volta come avessi ben manifesti in faccia i bubboni della peste. Soprattutto durante i primi periodi, quando il mio accento giapponese faceva parecchio schifo e il mio vocabolario era più scarso della quantità di sale in un dorayaki, ero convinta che fosse tutta colpa della mia faccia ben poco asiatica e che le mie compagne saccenti dei tempi dell'università avessero ragione a dire “ptf, i giapponesi sono un popolo di razzisti xenofobi! Shù!”. Ecco, quando un compagno di corso saccente vi dice certe cose, non credetegli solo perché ha la media del 39 ed è stato in vacanza in Giappone per venti giorni, perché servono molte più variabili per imparare a capire cosa frulli nella testa di un giapponese e, soprattutto, tanto dialogo coi locali e tanta esperienza. Io non ne ho moltissima, ma voglio provare comunque a spiegarvi come la penso al riguardo e com'è che ho cambiato atteggiamento nei confronti di uno dei tanti pregiudizi che girano attorno al popolo giapponese. E, ovviamente, quale altro fattore più della mia solita sfiga poteva fornirmi un esempio migliore di quello che sto per raccontarvi? Perché a voi è mai capitato alla vostra prima doccia in suolo nipponico si rompessero le ciabatte apposite, comprate il giorno prima di partire, e foste costretti a dovervene procurare urgentemente un nuovo paio? Ecco, visto che qualcuno mi ha detto “Dareka, tu hai il diavolo dentro” e che a me è successo, si potrebbe dire mai sentenza sia stata più verietiera. Lo so, starete sicuramente pensando: “mamma mia, quanto la fa lunga questa per un paio di ciabatte rotte”, ed in effetti non erano quelle il mio principale problema. Lo era però la preoccupazione dei danni psico-fisici che avrebbe potuto arrecarmi anche solo sfiorare a piedi nudi il pavimento di una doccia condivisa da tutti i 200 ospiti della guest house in cui alloggiavo, disseminata di capelli e peli di dubbia provenienza a tal punto che il set di Ju-on, a confronto, gli faceva un gran baffone a quel cubicolo germinoso.
Visto che niente accade per caso e che l'ottimismo è il profumo della vita, ho interpretato il fattaccio come un'occasione mandatami dal karma per imparare a dire “ciabatte” in giapponese, e per mettere in pratica nella vita reale gli insegnamenti di tre anni trascorsi sui libri a memorizzare dialoghi sugli acquisti del signor Sumisu al costosissimo mercato della frutta. Sarebbe bastato sostituire “mele” con “ciabatte” per azzerare ogni margine d'errore. Forte della mia convinzione di riuscire a destreggiarmi tra le insidie del verbo nipponico in caso di necessità (ma non troppo e, difatti, le ciabatte cadute in battaglia me l'ero comunque portate dietro), ho sgambettato fino al supermarket più vicino e mi sono messa a frugare tra gli scaffali. Ecco, per voi che non siete mai stati in Giappone, c'è da precisare che cercare qualcosa in un supermarket giapponese senza conoscere tutti i kanji relativi è un'impresa annoverabile tra le dodici fatiche di Ercole. Così, dopo aver vagabondato per un tempo incalcolabile tra i diecimilamiliardi di ripiani, disposti su sette piani di edificio, ho messo da parte l'orgoglio e ho optato per rivolgermi ad un commesso. Avevo notato che, nel vedermi arrivare, avesse allungato il passo nella direzione opposta, ma avevo comunque deciso di chiamarlo a gran voce perché mi aiutasse a facilitare la ricerca.
Bene, ora, avete presente quando siete convinti che, pur non essendo geni in qualcosa, non potrà mai andare così male come ve la immaginate? Invece può andare, ed è stato solo dopo che il contatto audio-visivo col commesso era stato stabilito che me ne sono quantomai resa conto. Chissà quale rivoltante mostro devo aver in realtà partorito quando ho creduto di articolare la frase “mi scusi, saprebbe dirmi dove posso trovare un paio di ciabatte?” nel mio giapponese stentato. Perché, evidentemente, non gli avevo chiesto quello, o non si spiegherebbe la manciata di interminabili secondi di silenzio, susseguita dal suo timido “sumimasen, chotto wakaranai n desu ga... (mi scusi, ma non ho capito)”. Da lì ad un'escalation di incomprensioni il passo è stato breve: per farmi capire meglio, ho pensato (molto male) che mostrargli le ciabatte rotte in aggiunta ad un “doko (dove)?” fosse una buona idea e, invece, il risultato ottenuto è stato solo un ping pong di “mi dispiace” e di “ma Le dispiace di cosa?” che avrebbe mandato al manicomio anche Buddha. Ma è solamente dopo che è accaduto l'inimmaginabile: il commesso, che fino ad allora era rimasto accovacciato sul pavimento, si è alzato di scatto, ha fatto un grosso inchino e poi... è fuggito a gambe levate, dileguandosi in breve tra gli scaffali, sotto ai miei occhi increduli. Immaginatevi di aver bisogno di un paio di ciabatte e che la persona a cui state cercando di chiedere un'informazione vi pianti senza preavviso nel bel mezzo di un supermarket immenso, correndo più veloce di Bolt ai Mondiali di Berlino 2009. Non so voi come avreste reagito, ma io me ne restai immobile e sinceramente sconcertata.
Bè, ora a distanza di qualche anno e dopo aver assistito ad altri fuggifuggi simili (non per forza nel senso letterale del termine), posso dire di aver trovato la mia risposta a quella reazione spropositata. Volete sapere perché i giapponesi qualche volta se la danno a gambe? Ebbene, la risposta è che vengono assaliti da quella che personalmente definisco “ansia da prestazione linguistica”! Nella società nipponica è buon costume essere gentili e cordiali con chi non si conosce. Nel mondo lavorativo, poi, questa condotta va rispettata con rigore, poiché non esserne capaci potrebbe equivalere al linciaggio (in feedback, ovviamente) da parte del cliente ed anche dell'azienda. Ma cosa succede quando la buona volontà nell'aiutare il prossimo è ostacolata da un insormontabile gap linguistico, il temutissimo mostro anglosassone? Boom! Succede che partono i sudori freddi, gli “ignorala, IGNORALA!”, i “taci e sorridi, ma non smettere di camminare” e, nel più estremo dei casi, quando l'ansia supera il coefficiente di gentilezza, le fughe a gambe levate. Niente intolleranza, insomma, ma una vera e propria crisi di panico, scatenata dal fatto di non avere la minima idea di come gestire una situazione in cui nessuno dei due avrebbe potuto fare progressi nell'immediato futuro. La fuga nipponica dallo straniero, presunto anglofono a prescindere per mezzo della sua conformazione fisica e chi se ne frega se parla perfettamente giapponese, è legata a fattori culturali più di quanto non si pensi. E dico fattori culturali perché sembra strano scappare via o ignorare qualcuno quando chiede un'indicazione per strada. Ma proviamo per un attimo a scrollarci di dosso la nostra visione eurocentrica e a far finta di essere nati e cresciuti in un paese dove, se non sei utile agli altri, l'etichetta ti spinge a crederti inadeguato. Certo, solo gli scemi, nel bene o nel male, fanno di tutta l'erba un fascio, ed è ovvio ci sia anche chi gli occidentali li rispedirebbe al proprio paese a suon di kamehameha, ma i miei senpai Kazu e Masa sembravano essere assolutamente convinti del fattore ansia. E chi meglio di un giapponese può capire cosa passi per la testa di un giapponese?
Quindi, cari wannabe nihonjini, se dovesse capitarvi di essere ignorati per strada in Giappone o che il commesso di un negozio, percependovi in dirittura di avvicinamento, presentasse le dimissioni, non preoccupatevi, probabilmente non è colpa vostra! Il problema è, spesso, il loro inglese katakana di m...olto inferiore al vostro!

domenica 31 luglio 2016

Jitensha jiko: l'(anti)arte giapponese di andare in bici

La prima volta che ho impacchettato le mie cose in vista della partenza per Ōsaka, sono stata per diverso tempo indecisa su se fare qualche tipo di assicurazione sanitaria o meno. Dopotutto, si sarebbe trattato di un periodo di permanenza di soli tre mesi e che cosa vuoi che possa succedere in tre mesi ad una giovane ventitreenne in ottima salute e pronta a fare nuove esperienze? E poi trecento euro e passa di copertura sanitaria non sono mica una spesuccia facile da affrontare se non hai la fortuna che i big money ti crescano sull'albero sotto casa. “Ptf, ne faccio volentieri a meno” ho liquidato in fretta la problematica, ma, se ci ripenso adesso, mi rendo conto che non avrei MAI potuto fare una scelta peggiore di quella! Il fatto è che allora ero solo una ragazzina ingenua che non aveva ancora la minima idea del fatto che il pericolo è ad attenderci dietro l'angolo, anche nel paese più sicuro e rispettoso delle regole del mondo. In particolare, non ero a conoscenza del fatto che i marciapiedi in Giappone siano un'insidiosa giungla di pedoni e bicicli. D'altronde, ogni realtà sulla faccia della terra ha bisogno della propria eccezione per confermare la regola.
Visto che ho sempre pensato che per capire davvero un popolo non sia sufficiente stare fermi ad osservare, ma ci sia bisogno di immergersi totalmente nella sua cultura, la mia prima settimana di vita nipponica l'ho trascorsa a cercare, tra le altre cose, una bicicletta con cui poter scorazzare tra le zone limitrofe al centro città. La cultura della bicicletta, in Giappone, è centenaria, se ne hanno testimonianze risalenti alla metà del periodo Edo (l'era dei samurai, che va dal 1603 al 1868, per chi non avesse dimestichezza con la storia giapponese), ed è ancora oggi un mezzo difusissimo per gli spostamenti a breve distanza (od anche a lunga, se ti chiami Onoda Sakamichi e sei il protagonista del famoso anime Yowamushi pedal). Anzi, è talmente presente nella quotidianità nipponica che è praticamente impossibile pensare ad un giapponese senza la su fida bici. Basta guardarsi un po' attorno per rendersi conto che sia il cuore della metropoli, che i centri residenziali nipponici sono disseminati di veri e propri parcheggi per le biciclette, a pagamento e non! 
Da brava wannabe nihonjin, come potevo, dunque, anche solo pensare di ignorare la faccenda?
Dopo un paio di giorni di ricerca, sono finalmente riuscita a procurarmi un'orrenda Mami gialla di seconda mano, che ho spesso pensato fosse stata posseduta in precedenza da qualche sorta di demonio attira-sfiga, vista l'enorme quantità di incidenti di cui sono stata vittima in groppa alla sua sella. Il primo di tutti a soli pochi giorni dal mio arrivo in Giappone, per giunta, quando accingendomi a svoltare spensieratamente l'angolo della strada dietro casa durante un giro di prova, sono stata investita dalla mastodontica mountain bike di una studentessa in ritardo per le lezioni, che mi ha scaraventata in cielo per alcuni metri! Primo giro in bicicletta, prima corsa all'ospedale, insomma: una scena surreale, se provate a figurarvi pure la vecchietta special guest che, dal balcone di casa sua, mi urlava in puro dialetto locale “ti sei fatta male? Lo vuoi un bicchiere d'acqua?”, mentre la studentessa, terrorizzata, cercava di squagliarsela di soppiatto. Ecco, quello è stato il momento in cui ho pensato “mannaggia a me quando ho detto a Mario che l'assicurazione poteva pure tenersela bella stipata”, quindi se state pensando di fare un viaggio in Giappone e avete intenzione di scorazzare tra le strade di Ōsaka con una Mami gialla posseduta dal demonio, pensateci bene prima di dire al vostro Mario di fiducia che non avete bisogno di una copertura sanitaria.
In realtà, ho ben presto imparato con l'esperienza che il problema non era (solo) la mia Mami gialla.
Nell'immaginario collettivo, si è abituati a percepire i giapponesi come un popolo strettamente osservante delle regole, ed è particolarmente vero per quel che riguarda il codice stradale ed il traffico pedonale, MA chi è stato in Giappone anche una sola volta sa bene che quando si parla di spostamenti in bici la rigidità nipponica si trasforma in un'anarchia che neanche ai concerti dei Sex Pistols. Il fatto che esista persino un termine, ossia jitensha jiko, per indicare gli incidenti causati dai bicicli è già di per sé sinonimo di quanto questo fenomeno sia largamente diffuso. Perché mai questi incidenti avvengano è presto detto: com'è accaduto nel mio caso, il fatto che molti ciclisti scorazzino in controsenso rispetto al senso di marcia è, ahimè, uno dei principali fattori scatenanti, ma visto che questo loro atteggiamento sconsiderato è spesso dovuto a ragioni di tipo ambientale, voglio provare a spezzare una lancia in loro favore. I poveri ciclisti giapponesi sono, infatti, costretti a dividere metà dello spazio che hanno a disposizione coi pedoni, perché la loro pista non è nient'altro che il lato esterno del marciapiede (sulle strade più grandi, mentre su quelle piccole il discorso cambia). Questo va bene fino a che i passaggi sono a senso unico, ma provate a immaginare il caos che viene a crearsi nel momento in cui si trovano a transitare contemporaneamente un pedone e due ciclisti provenienti da due sensi di marcia contrari! Io amo visionare la scena come una ben poco felice esplosione di campanelli, cestini e copertoni, che è più o meno la fine che ha dovuto subire la mia Mami gialla al suo battesimo inaugurale. E per fortuna che le officine per le riparazioni hanno prezzi molto accessibili, o avrei seriamente rischiato di compiere il mio primo atto illecito in terra giappica, arraffando in sostituzione la mountain bike della studentessa assassina e fuggendo a gambe levate nella direzione opposta.
Come si potrebbe risolvere questo problema? Sinceramente boh, non sono laureata in scienze della pianificazione urbanistica. Ma se volete l'inutile parere di un'inesperta, penso sarebbe meglio cominciare dal separare i pedoni, che già sono sfigati a doversela fare a piedi, dai bici-muniti, magari attraverso la creazione sul ciglio della strada di piste ciclabili apposite, almeno nelle aree della città più ampie ed affollate.

E voi siete mai stati o vorreste provare l'ebrezza di essere pedoni/ciclisti investiti, in Giappone? Io, (quasi) messa sotto da una bicicletta ci ho persino conosciuto il mio ex-ragazzo, quindi, insomma, non è che tutti i mali vengano proprio per nuocere. Questa, però, ve la racconto un'altra volta...

P.s: Ecco a voi la mitica Mami gialla, compagna di avventure nipponiche


giovedì 28 luglio 2016

Mezamenagara dreaming, o sognando ad occhi aperti

Avete presente quando siete in una di quelle fasi della vita in cui vi siete appena laureati, avete trascorso una serata di baldoria con amici, animali e parenti a scassarvi di alcol e pizzette, vi sentite i conquistatori dell’universo neanche aveste appena salvato il pianeta da un’incombente minaccia aliena, ma la mattina seguente vi svegliate, vi trovate a fissare il soffitto e vi chiedete “oh, cacchio, e adesso che faccio”? Ed è implicito che quell'”e adesso che faccio” sia sinonimo di “cosa faccio ora della mia vita”. Ecco, questo è proprio quello che è capitato a me, esattamente quindici giorni fa, quando mi sono resa conto, per l’ennesima volta, di essere tornata al punto di partenza, ossia più grande, squattrinata e senza meta, ma con un foglio di carta in più tra le mani. “Bene” mi sono detta, “che posso farci con questo pezzo di carta in più?”. Di certo la carta da sola non aiuta, soprattutto se la tieni incorniciata in cameretta e non la lasci vedere a nessuno. Devi quantomeno scrivere di avercela su un curriculum e mandarne quanti più possibile, sperando che qualcuno sia così gentile da darci almeno un’occhiatina, prima di cestinarlo senza alcuna pietà. Ho chiesto consiglio al mio buon senso ed, ovviamente, mi ha risposto che forse avrei dovuto cominciare, prima di tutto, a buttar giù qualche qualche idea per scrivere una storia della mia vita affascinante e convincente abbastanza da smuovere l’animo di qualche temibile datore di lavoro。Così, munita di carta e penna, mi sono messa a pensare per raccogliere qualche informazione su me stessa e sapete cosa? Non so se il risultato sia stato molto soddisfacente… “Per prima cosa”, ho pensato, “dovremmo iniziare dalle presentazioni”:
Nome? Dareka.
Cognome? Nobody.
Mmh. Ok, già il principio non èmolto incoraggiante, ma mi sono rassicurata col fatto che, andando avanti, qualcosa di buono sarei pure riuscita a tirarlo fuori. Certe volte bisogna almeno avere il coraggio di compilare un questionario sui propri connotati per poter dire di averci messo tutta la buona volontà per cambiare la propria vita in meglio.
Nazionalità? Giappones-, no, aspetta, italiana. È italiana. “Dareka”, mi sono richiamata, “dovrai mettertelo in testa, prima o poi, che all’apparenza non sei più ilsamurai dei tempi belli e che alla Shinsengumi non assumono ormai da un bel pezzo. Più in fretta ti cuci ai neuroni che oggi appari come una giovane italiana disoccupata, con il sogno nel cassetto di tornare a giappolandia e di fare la reporter, più facile sarà (forse) darti una mossa a trovare il modo di mettere in pratica questo progetto. Guarda che lo sai che non arriva niente dal cielo, devi prima dimostrare di aver saputo fare qualcosa. E adesso, forza, andiamo avanti”.
Istruzione e formazione? Tanti anni di studio in Yamatologia, tra Italia e Giappone. Certo, sarebbe meglio scrivere “Giapponologia”, così eviteresti di sentirti chiedere per l’ennesima volta “Cos’è? Si mangia?”, ma poi suonerebbe molto cacofonico e ben poco professionale. Lasciamo “Yamatologia”, và, che è meglio. Almeno attirerà i curiosi.
Esperienza lavorativa? Ehm… domanda di riserva?
Skill? Vale come skill attaccare bottone con chiunque e iniziare a parlare a raffica del Giappone, delle sue usanze, dei suoi costumi, della storia, del folklore e non smettere fino a ricevere una botta in testa? Mi sembrava una valida opzione, così l’ho lasciata. Ho pensato “Tanto ‘sto coso chi se lo legge?”.
Bene. Adesso avete presente quando avete finito di scrivere, andate a rileggere la vostra creazione e ne restate così inquietati da volervi auto-cestinare, facendo risparmiare a chi dovrà leggere il vostro curriculum un mucchio di tempo prezioso? Ecco, mi è successo anche questo ed è stato in quel momento che ho realizzato che non forse avrei fatto meglio a darmi all’ippica ormai anni or sono. Ma piangersi addosso non è mai stata una gran soluzione per risolvere niente e allora mi sono chiesta “che cos’è che potrei fare per ammazzare il tempo, facendo qualcosa di costruttivo conciliandolo alla mia passione, di modo che possa confluire anche col mio obiettivo pricipale?”. Ebbene, la risposta eccola qui, davanti a voi, nella creazione di questo blog, che molto probabilmente sarò l’unica a leggere, ma, hey!, chi non ci prova nemmeno ha già perso in partenza, no? E poi cosa c’è di più bello che cercare di fare qualcosa per gli altri, anche se solo parlando di piccole cose che ci accomunano e che rappresentano la passione che abbiamo in comune, nel frattempo che ci si batte per raggiungere un obiettivo? “Ecco, facciamo questo”, mi sono detta, “proviamo a portare il Giappone nel cuore della gente che lo ama quanto me, a condividere con loro quello che ho imparato in questi anni di studio e di viaggi in giro per i luoghi reali e virtuali del Sol Levante, a farli sognare ad occhi aperti mentre anche io, come molti di loro, cerco di realizzare un sogno, il sogno di tornare a stare lì per sempre, di vivere e parlare in prima persona di quello che amo”. Che c’è di più bello di condividere le proprie esperienze con chi ne ha vissute di simili o ne vivrà in futuro? Da oggi comincia per me una grande avventura nipponica, un viaggio nell’essenza del Giappone, che vi racconterò passo passo, dall’umile basso delle mie modeste conoscenze.
Chi mi ama, mi segua.
Dal paese di Dareka per ora è tutto.
Restate sintonizzati.